Elezioni USA: cosa accadrà al Congresso?

Oltre alle elezioni del Presidente degli Stati Uniti, l’8 novembre 2016 si procederà anche al rinnovo di 435 seggi alla Camera e il rinnovo di 34 seggi al Senato. Ma che cosa potrebbe accadere? Cerchiamo di saperne un pò di più, e valutare per quale motivo sarebbe opportuno cercare di prestare uno sguardo attento anche al rinnovo del Congresso, oltre che all’aspetto che sta maggiormente catalizzando l’attenzione degli analisti, ovvero il duello Trump / Clinton.

Chi verrà eletto al Congresso, in breve

Cominciamo con il ricordare che alla Camera si rinnoveranno tanti seggi (435) e che per poter disporre della maggioranza i Democratici dovrebbero guadagnare 32 seggi. In sostanza, si tratta di un obiettivo che è praticamente impossibile da raggiungere per i Democratici, con la conseguenza che i Repubblicani manterranno la maggioranza, se pure con un margine più contenuto. Al Senato il rinnovo è di 34 seggi su 100: di questi 34, 24 sono attualmente detenuti da Repubblicani, i quali possono vantare su una maggioranza molto ristretta (56 seggi su 100). Difficile, anche in questo caso, che i Democratici riescano a guadagnare talmente tanti seggi da invertire la tendenza: ne consegue che lo scenario più probabile è il mantenimento di una maggioranza repubblicana, ma ancora più risicata, anche se non è escluso il risultato di parità. Se così fosse, una contrapposizione 50-50 farebbe elevare a voto decisivo quello del vice presidente, che darebbe la maggioranza al partito che vincerà le elezioni presidenziali.

Una previsione post-elettorale

Introdotto in breve quel che sopra abbiamo avuto modo di esporre, cerchiamo di guardare con maggiore profondità gli spunti proposti, riprendendo il presumibile stallo al Senato: in caso di parità, sarà il voto del vice-presidente a sbloccare lo stallo, con la conseguenza che il “colore” del Presidente andrebbe a determinare anche quello del Senato.

Ora, è bene anche notare come le conseguenza potrebbero essere piuttosto varie. Nella seconda parte del primo mandato di Obama (cioè, dopo il rinnovo del Senato al primo quadriennio dell’amministrazione Obama), il Senato è stato sostanzialmente bloccato dall’ostruzionismo repubblicano in un Congresso tutto democratico. Nel secondo mandato Obama, con il cambiamento di maggioranza, è stato l’ostruzionismo democratico a bloccare l’attività legislativa del Senato e quindi del Congresso. Se il partito di minoranza attua l’ostruzionismo, ipotesi tutt’altro che remota nello scenario che potrebbe delinearsi, la nuova legislazione può venire approvata solo con una maggioranza qualificata di 60 voti (2/3): da inizio 2011, la minaccia di ostruzionismo ha bloccato quasi tutte le iniziative di qualche rilievo politico. Inoltre, la divisione fra il Congresso e l’Amministrazione sottrae quasi ogni rilevanza all’agenda di politica fiscale del Presidente.

Introdotto ciò, è altamente possibile che l’esito elettorale atteso per Camera e Senato nel 2016 possa stimolare la prosecuzione dello stallo dell’attività legislativa, a meno che non si formi un consenso bipartisan che generi uno spostamento di voti in uno dei due (o in entrambi i) rami del Congresso. Non si tratterebbe ovviamente di una novità, visto e considerato che da tanti anni gli Stati Uniti non riescono ad approvare un budget con una maggioranza chiara in Congresso. La spesa non collegata ai programmi pluriennali (su cui il Congresso non vota, cioè principalmente sanità e previdenza) è governata dal costante rinnovo dell’esercizio provvisorio (come è successo, ancora recentemente, il 29 settembre, con un voto che ha evitato un nuovo blocco del governo fino al 31 dicembre). Nella legislatura attuale, gli accordi bipartisan hanno dominato il quadro in relazione alla crisi del debito e agli interventi di riduzione del sentiero della spesa discrezionale.

Insomma, è molto probabile che il prossimo Congresso sia caratterizzato da una dinamica simile, dando sfogo a nessun accordo regolare sul budget, e possibili accordi per grandi temi. Tra i principali sul tavolo, oltre al trattato commerciale Trans Pacific Partnership (che difficilmente vedrà mai la luce, nonostante qualche tentazione europea) il Congresso potrebbe valutare la riforma tributaria per le imprese, anche se la probabilità non è molto elevata. L’implicazione principale di questo scenario è che anche l’agenda di politica economica del Presidente è più che altro virtuale, soprattutto se il Presidente è di un partito diverso rispetto alla maggioranza in Congresso. Occorre aggiungere che esiste una via possibile per rendere operativo su alcuni temi il Congresso che abbia i due rami dello stesso colore, anche se con soltanto la maggioranza semplice al Senato, soggetto quindi all’ostruzionismo (la c.d. “budget reconciliation”).

Dunque, cercando di riassumere, se Camera e Senato hanno la stessa maggioranza, possono predisporre legislazione relativa a imposte, spese e limite del debito attraverso la procedura di reconciliation e, con un testo identico nei due rami, approvarla con maggioranza semplice su cui la minoranza non può attuare ostruzionismo. Si tratta comunque di una procedura utilizzata raramente (15 volte fino al 2015, dal 1974 ad oggi, e non può essere fruita per più di 3 volte ogni anno). Nella fruizione di tale procedura, diventa importante guardare al “colore” del Presidente, che con il potere di veto può bloccare la legislazione e alla maggioranza, anche risicata, in Senato.

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