Avviso bonario INPS: cos’è e a chi si rivolge?

All’inizio di quest’anno sono circolate diverse notizie relative alla raffica di avvisi bonari dell’INPS recapitati a tutti quei lavoratori autonomi che non hanno versato i contributi entro i termini previsti. Ma cos’è in concreto l’avviso bonario INPS? Vediamo a cosa serve, a chi si rivolge, quando viene inviato e cosa bisogna fare quando si riceve.

Cos’è e a chi si rivolge l’avviso bonario INPS

Gli artigiani e i soggetti che svolgono attività commerciali hanno dei precisi obblighi per quanto riguarda il versamento dei contributi previdenziali: ogni tre mesi pagano i contributi fissi (che vengono calcolati sul minimale imponibile) e in sede di versamento IRPEF eseguono l’eventuale saldo. Ma cosa succede se ci si dimentica di adempiere all’impegno trimestrale? Per fortuna prima che la questione passi all’Agenzia delle Entrate e alle sue cartelle esattoriali c’è un passaggio intermedio, ovvero quello dell’avviso bonario INPS.

Ogni tre mesi l’istituto previdenziali fa un controllo formale dei contributi che gli artigiani e gli esercenti commerciali devono versare; se dal controllo viene rilevata una incongruenza, l’INPS emette un avviso bonario, ovvero una comunicazione che riepiloga le rate che on sono state pagate e l’importo dovuto.

L’INPS comunica al soggetto interessato come accedere ai documenti e a quali rate fanno riferimento gli avvisi bonari; i documenti possono esser recuperati dal Cassetto previdenziale Artigiani e commercianti. Se l’iscritto che riceve l’avviso bonario INPS ha già provveduto al pagamento non deve fare altro che comunicarlo all’istituto utilizzando l’apposito servizio online (sempre dal Cassetto previdenziale per artigiani e commercianti bisogna andare nella Sezione comunicazione bidirezionale, poi on Comunicazioni ed infine in Invio quietanza di versamento). Nel caso di mancato pagamento invece l’importo sarà richiesto tramite un avviso di addebito che ha il valore di titolo esecutivo.

Cosa fare quando si riceve la comunicazione

Vediamo cosa deve fare il contribuente quando si accorge di avere un avviso bonario INPS: entro trenta giorni dalla notifica dell’avviso di pagamento può scegliere tra tre diverse opzioni:

  • paga l’intero importo dovuto con il modello F24 riempiendo il modulo con i codici riportati nell’avviso stesso;
  • contesta l’avviso se ritiene che gli addebiti indicati siano infondati (del tutto o in parte), ad esempio perché i versamenti sono già stati effettuati e per qualche ragione non sono confluiti nella posizione assicurativa oppure perché l’attività è cessata ;
  • richiede la dilazione del pagamento.

Se il contribuente non fa nulla entro il limite di 30 giorni, l’INPS procede con la segnalazione telematica del credito per l’iscrizione a ruolo a mezzo di cartella esattoriale.

Scadenza esterometro: cos’è, come funziona e termini

L’introduzione della fattura elettronica avvenuta nel 2019 ha portato diverse novità: tra queste c’è anche l’obbligo di comunicazione delle operazioni transfrontaliere, ovvero il cosiddetto esterometro. Ormai è da più di un anno che sono entrate in vigore queste regole, però è necessario fare ulteriore chiarezza sull’argomento: vediamo qual è la scadenza dell’esterometro, come funziona la comunicazione ed entro quali termini e con quali modalità va presentata.

Cos’è l’esterometro e come funziona?

Tutte le operazioni attive e passive che vengono fatte con soggetti esteri che risiedono in paesi che fanno parte dell’Unione Europea o che non ne fanno parte devono essere comunicati per via telematica. Questo obbligo è dovuto al fatto che queste operazioni di norma non sono documentate dalla normale fattura elettronica, quindi senza questa comunicazione l’amministrazione finanziaria non potrebbe automaticamente acquisirne i dati. Sono obbligati a trasmettere l’esterometro tutti i soggetti passivi IVA stabiliti in Italia che effettuano operazioni attive o passive con soggetti esteri, a prescindere dal fatto che questi siano soggetti privati od operatori economici. Sono esclusi da questo obbligo i contribuenti nel regime dei minimi e nel regime forfettario e i produttori agricoli in regime di esonero

Scadenze e dati da indicare nella comunicazione

Ma qual è la scadenza dell’esterometro? Il decreto fiscale collegato alla Legge di Bilancio 2020 recita che la trasmissione telematica della comunicazione deve essere effettuate trimestralmente ed entro la fine del mese successivo al trimestre di riferimento. Quindi nel corso dell’anno si dovrà inviare fino ad un massimo di quattro comunicazioni (se vengono effettuate operazioni da e verso l’estero nel corso di ogni trimestre) con queste scadenze:

  • le operazioni eseguite a gennaio, febbraio e marzo 2020 vanno comunicate entro il 30 aprile del 2020;
  • le operazioni eseguite ad aprile, maggio e giugno 2020 vanno comunicate entro il 3i luglio del 2020;
  • le operazioni eseguite a luglio, agosto e settembre 2020 andrebbero comunicate entro il 31 ottobre del 2020, ma considerando che la data è sabato, il termine di presentazione slitta al 2 novembre;
  • le operazioni eseguite ad ottobre, novembre e dicembre 2020 vanno comunicate entro il 31 gennaio del 2021.

I dati da indicare nell’esterometro sono i seguenti:

  • dati identificativi del prestatore o del cedente;
  • dati identificativi del committente o del cessionario;
  • data del documento che prova l’operazione;
  • data di registrazione (per gli eventuali documenti ricevuti e le relative note di variazione);
  • numero del documento;
  • base imponibile;
  • aliquota di imposta sul valore aggiunto applicata e, se non è prevista lannotazione dell’IVA sul documento, la tipologia di operazione.

Sanzioni per chi non rispetta i termini di presentazione

Chi non rispetta l’obbligo di invio dell’esterometro corre il rischio di essere punito con delle sanzioni: è prevista una multa di 2 euro per ogni fattura fino ad un massimo di 1.000 euro a trimestre per i casi di errata ed omessa comunicazione; per i ritardatari che inviano l’eterometro entro 15 giorni dalla scadenza è prevista una sanzione di 1 euro per ogni fattura, fino ad un massimo di 500 euro per l’intero trimestre.

Come fare la spesa gratis? consigli e dove prendere i coupon

Molte persone si chiedono se sia possibile fare la spesa gratis: a fine mese i soldi che se ne vanno per acquistare prodotti alimentari e per la casa si fanno sentire pesantemente sul bilancio familiare. Qualche trucchetto per risparmiare c’è: vediamo i più interessanti consigli e scopriamo dove prendere i coupon per fare la spesa gratis…o quasi!

I consigli per risparmiare e fare la spesa gratis

Fino a non molti anni fa i buoni sconti e i coupon non erano molto utilizzati in Italia: se ne sentiva più frequentemente parlare nei programmi televisivi provenienti da oltreoceano che nella vita di tutti i giorni. Di recente però le cose sono cambiate e anche da queste parti si ricorre all’utilizzo di questi buoni per poter fare la spesa gratis (più o meno). Per riuscire a raggiungere i grandi risparmi occorre tempo: prima bisogna imparare bene il meccanismo e poi bisogna seguire con attenzione i volantini e le offerte lanciate dai negozi e i siti da cui scaricare i coupon. Il segreto infatti è quello di riuscire ad abbinare i buoni alle promozioni del negozio; in parole povere: sconto + sconto = spesa quasi gratis!

Dove prendere i coupon

A questo punto la domanda nasce spontanea: da dove si possono prendere i coupon? In molti casi i buoni sono offerti direttamente dai marchi (tra i più “generosi” possiamo menzionare Nivea, P&G, Henkel, Algida) e possono essere scaricati da alcuni siti specializzati; il più delle volte per poter prendere i buoni è necessario registrarsi a questi portali. Tra i siti più famosi possiamo citare:

  • Sconty (www.sconty.it)
  • BuonPerTutti (https://buonpertutti.corriere.it)
  • Più Buoni di Acqua & Sapone (www.piubuoni.it)
  • Victoria (www.victoria50.it), da cui poter scaricare coupon per l’acquisto di prodotti P&G (AZ, Dash, Pantene, Swiffer, Lenor).

Altre ditte permettono agli utenti registrati di scaricare coupon e buoni omaggio direttamente dai loro siti internet ufficiali: giusto per fare un esempio (tra quelli disponibili nel momento in cui scriviamo) citiamo i buoni sconto da 1 euro sul mascarpone Santa Lucia o quelli da 0,50 euro sui Cremosini Parmareggio, ma si possono trovare offerte anche per la spesa extra-alimentare. Ma i coupon per fare la spesa gratis non si trovano solo su internet: esistono infatti delle riviste da cui è possibile ritagliare diversi buoni sconto; queste riviste vengono inviate (spesso insieme a dei campioncini omaggio) alle persone che si iscrivono: Desideri Magazine e Victoria 50 sono alcune delle riviste più famose in questo campo.

Buoni sconto e offerte per ottenere il massimo risparmio

Con i coupon si può risparmiare qualcosa, ma se si vuole ottenere il massimo bisogna essere bravi ad abbinarli alle varie offerte periodicamente lanciate dai negozi (non sarebbe quindi tenere sotto controllo i siti, i profili social e i volantini delle più importanti catene di supermercati), alle raccolte punti, ai programmi fedeltà. Sul web sono nati tanti forum e tante pagine social (ma anche applicazioni specializzate) che trattano l’argomento, dove i “risparmiatori esperti” offrono i loro consigli e dove in alcuni casi è possibile anche fare lo scambio dei coupon (ovviamente nel pieno rispetto delle regole).

Certificato iscrizione Camera di Commercio: cos’è, requisiti, termini e costi

In alcuni casi può essere necessario richiedere il certificato iscrizione alla Camera di Commercio: alcuni non sanno di cosa si tratta, mentre altri non sanno come ottenerlo. Facciamo un po’ di ordine e vediamo cos’è questo certificato, quali sono le tipologie disponibili, quali informazioni contiene, quali sono i suoi termini di durata e i costi da sostenere per riceverlo.

Cos’è il certificato iscrizione Camera di Commercio

Stiamo parlando di un documento che viene rilasciata dalla Camera di Commercio che attesta, con valore legale, l’iscrizione dell’impresa al registro delle Imprese della CCIAA, certificandone i dati. Nel certificato di iscrizione sono riportate varie informazioni relative all’impresa, tra cui:

  • i riferimenti di iscrizione;
  • la sede legale;
  • la Partita IVA;
  • l’oggetto e il capitale sociale;
  • l’indicazione del titolare e dei soci, con le relative quote;
  • l’indicazione degli amministratori,
  • le attività.

Il certificato di iscrizione alla Camera di Commercio ha una validità limitata nel tempo, infatti è valido solo per i sei mesi successivi alla data del suo rilascio.

A volte si fa un po’ di confusione tra la visura e il certificato camerale; effettivamente i dati che i due documenti contengono sono praticamente gli stessi, però c’è un’enorme differenza: il certificato di iscrizione ha un valore legale di certificazione, mentre la visura camerale no lo ha. Inoltre i certificati vengono stampati su una carta speciale, mentre le visure no. Il certificato di iscrizione non è l’unico tipo di certificato camerale: sono infatti disponibili anche il certificato camerale storico, il certificato camerale artigiano e il certificato camerale di vigenza.

Requisiti e costi per ottenere il certificato

Per poter richiedere il certificato di iscrizione camerale bisogna fornire alcuni dati, ovvero:

  • la denominazione oppure, in caso di impresa individuale, il nome e il cognome;
  • la Partita IVA o la Ragione Sociale;
  • la Provincia dell’impresa.

Chi procede con l’acquisto del certificato online tramite la piattaforma Telemaco deve disporre anche delle contromarche olografiche (che devono essere apposte sul documento e il cui valore è riportato sul certificato stesso) e della carta filigranata su cui effettuare la stampa.

La carta può essere acquistata presso la Camera di Commercio: per il certificato di iscrizione occorre acquistare quella oro (quella argento serve per il certificato storico e quella rame per il certificato artigiano). Chi richiede il certificato allo sportello deve pagare i diritti di segreteria (che normalmente ammontano a 5 euro) e l’imposta di bollo, che ammonta a 16 euro ogni 100 righe. Per poter richiedere il certificato online è necessario registrarsi al servizio Telemaco scegliendo il profilo Consultazione + Invio Pratiche + Richiesta Certificati.

Decreto Cura italia: tutte le misure per le Partite Iva

25 miliardi di euro, la somma totale prevista dal Decreto Cura Italia del 17 marzo 2020 per sostenere le famiglie e le imprese colpite non solo dall’emergenza sanitaria ma anche dalla crisi economica. Vediamo nei particolari cosa prevede il decreto.

Decreto Cura Italia: cosa prevede

“Una manovra economica poderosa” così definisce Il Decreto “Cura Italia il Presidente del Consiglio Conte. Si tratta del Decreto n.18 del 17 marzo 2020, detto anche “Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”.

Le tematiche su cui interviene questo decreto sono quattro:

  • Potenziamento del Sistema sanitario nazionale, della Protezione Civile e di altri soggetti pubblici impegnati nell’emergenza, per un aiuto di 3 miliardi
  • Sostegno all’occupazione e ai lavoratori, per un totale di 10 miliardi
  • Sospensione di rate e mutui per garantire più liquidità a famiglie e imprese
  • Sospensione degli obblighi di versamento per tributi per il mese di marzo

Per quanto riguarda il primo punto, sono previste 20mila assunzioni nel SSN, un incremento di 1,65 miliardi del Fondo emergenze nazionali, un aumento dei posti letto in terapia intensiva e fondi per il pagamento di straordinari per le Forze di polizia, Forze armate, Polizia penitenziaria e Vigili del fuoco. La Protezione Civile avrà a sua disposizione alberghi e dispositivi medici e potrà mettere le cliniche private a disposizione degli ospedali pubblici. I fondi aggiuntivi serviranno a finanziare l’acquisizione di: forniture, strutture, macchinari e personale.

Riguardo alla sospensione relativa ai tributi si attende una proroga fino al 31 maggio per le attività con fatturato inferiore a 2 milioni di euro e senza limiti di fatturato per i settori come turismo, ristorazione e trasporti: i settori che hanno subito maggiormente la crisi. Nel caso delle PMI si procede con l’incremento del fondo di garanzia per l’accesso e la ristrutturazione del credito. L’obiettivo è quello di movimentare fondi per 350 miliardi di euro.

Fondi anche per i genitori per aiutarli nell’accudimento dei propri figli a causa della chiusura delle scuole. Sono due le alternative messe a disposizione delle famiglie: 15 giorni di congedo utilizzabile da uno dei genitori con bambini fino a 12 anni di età (con retribuzione al 50%) oppure un voucher da 600 euro per la spesa in servizi di baby sitting.

Il bonus di 600 euro

La misura che ha fatto più discutere riguarda il sostegno alle partite Iva e Notizie.it spiega nel dettaglio come richiedere il bonus di 600 euro. Per quanto riguarda questo aspetto, è prevista appunto un’indennità, dapprima una tantum e poi un sostegno mensile fino alla fine dell’emergenza. La somma spetta a lavoratori autonomi, professionisti con Partita Iva, lavoratori con contratto co.co.co., stagionali, lavoratori nei settori turismo, agricolo, termale e dello spettacolo con reddito inferiore a 50 mila euro. Le domande saranno da effettuarsi all’INPS dal 1 aprile.

Non sono mancate però le proteste, soprattutto per la mancanza di sussidi e di liquidità ai lavoratori e alle imprese. Per questo il Governo sta già lavorando a delle migliorie che saranno attuate nei prossimi decreti legge. Il primo obiettivo sarà evitare tensioni sociali, in particolare nel Sud, inviando ai comuni risorse per aiutare chi non ha le possibilità economiche per fare la spesa. Secondo obiettivo: allargare, con un nuovo decreto legge i sostegni a chi è rimasto fuori dai primi interventi del decreto Cura Italia e terzo punto sarà dare continuità e rafforzare i sostegni già messi in campo per famiglie, lavoratori e imprese.

Vivere con 800 euro al mese: come risparmiare e come si fa

Un posto di lavoro si trova con sempre più fatica, gli stipendi che vengono proposti sono sempre più bassi, mentre i prezzi delle cose sembrano diventare sempre più alti: in uno scenario del genere sono tante le persone che devono riuscire ad arrivare a fine mese con un budget molto limitato; si può vivere con 800 euro al mese? Cerchiamo di capire come si fa riepilogando i migliori consigli su come risparmiare.

Come risparmiare sull’alloggio e le bollette

Ci sono molte persone che decidono di vivere con 800 euro al mese, ma nella maggior parte dei casi non si tratta di una scelta; è importante capire su cose è possibile risparmiare per poter non arrivare a fine mese con l’acqua alla gola. Ovviamente c’è molta differenza tra chi ha un budget di 800 euro ed ha una casa di proprietà (o comune ha uno spazio dove può alloggiare gratuitamente) e chi invece vive in affitto: l’entità del canone di locazione può variare molto da città a città, ma anche da zona a zona nello stesso comune, quindi si dovrebbe optare per soluzioni economiche (ma comunque dignitose).

Può essere fondamentale anche il numero delle persone con cui si condivide l’alloggio: se i conviventi sono a carico (ad esempio i figli) le cose si fanno davvero molto dure, mentre la presenza di un coinquilino potrebbe essere l’opzione migliore, visto che permetterebbe di condividere le spese. Quando si hanno pochi soldi a disposizione bisogna cercare di risparmiare anche sulle bollette, quindi si devono trovare le tariffe più convenienti per quanto riguarda le utenze di acqua, luce e gas (i siti comparatori possono essere molto utili); si potrebbe fare a meno della linea telefonica se si ha un buono smartphone che si può utilizzare anche come modem: ormai molte compagnie di telefonia mobile propongono offerte con un buon numero di giga ad un prezzo decisamente più basso rispetto a quello di una linea fissa.

Come vivere con 800 euro al mese: come programmare la spesa

Per risparmiare è necessario programmare le spese. Prima però bisogna cercare di capire come si spendono i soldi, in modo da individuare dove è possibile fare dei tagli. Bisognerà per forza ridurre le uscite legate agli sfizi (ridurre, non eliminare: svagarsi un po’ è importantissimo). Una parentesi a parte va aperta per l’argomento auto: in alcuni casi è necessario avere una macchina, ma in altri questa potrebbe risultare addirittura superflua; bisogna quindi cercare di capire se conviene spendere soldi in carburante, assicurazione, bolli, officina oppure utilizzare i mezzi pubblici; è impossibile generalizzare, è una cosa che va valutata caso per caso.

E poi c’è da parlare della spesa: per vivere con 800 euro bisogna cercare di risparmiare anche su questo! Bisogna seguire con molta attenzione le offerte pubblicate sui volantini, trovare ed utilizzare i coupon e i buoni sconto (non è così difficile) e magari acquistare i prodotti del discount al posto di quelli di marca. Per quanto riguarda l’extra alimentare non sarebbe una cattiva idea concentrare gli acquisti nel momento dei saldi oppure nelle occasioni in cui ci sono sconti o promozioni (ad esempio il Blak Friday), ma non si deve sottovalutare il mercato dell’usato.

Calcolo rivalutazione ISTAT assegno mantenimento: come fare? Consigli utili

Per mantenere costante il potere di acquisto della persona che lo riceve, l’importo dell’assegno di mantenimento deve essere rivalutato ogni anno: vediamo come si deve fare il calcolo della rivalutazione ISTAT dell’assegno di mantenimento. Ecco tutti i consigli utili per adattare l’importo dell’assegno al costo medio della vita.

Come fare il calcolo della rivalutazione ISTAT dell’assegno mantenimento

La legge sul divorzio prevede che l’assegno di mantenimento debba essere rivalutato ogni anno sulla base degli indici ISTAT (anche in caso di separazione). L’adeguamento automatico va fatto sempre, a prescindere da eventuali accordi tra i coniugi. Per fare il calcolo della rivalutazione ISTAT dell’assegno di mantenimento bisogna usare come riferimento l’indice dei prezzi al consumo delle famiglie di operai ed impiegati (noto anche come FOI), al netto dei tabacchi. Questo parametro viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

La rivalutazione va fatta mettendo a confronto l’indice pubblicato dall’ISTAT con quello relativo al mese in cui è stato fatto il primo pagamento dell’anno precedente. Ad esempio, se il giudice stabilisce che l’assegno deve essere pagato a partire dal primo aprile 2020, l’assegno andrà rivalutato prendendo come parametro l’ultimo indice FOI pubblicato prima del primo aprile 2021; questa nuova quota costituirà la base per la rivalutazione che sarà effettuata il primo parile dell’anno successivo e così via di anno in anno.

Consigli utili per un calcolo più rapido

Un consiglio per poter fare il calcolo in modo più rapido: si può utilizzare Rivaluta, lo strumento messo a disposizione direttamente dall’ISTAT sul suo sito. Questo tool online permette di calcolare le rivalutazioni monetarie in base all’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. È sufficiente inserire il mese di riferimento, il mese di ricalcolo e l’importo da rivalutare per ottenere all’istante il coefficiente e la somma aggiornata.

Cosa accade in caso di indice ISTAT negativo e di omessa rivalutazione

Ma cosa succede nel caso in cui il costo della vita diminuisce? In questo caso l’assegno di mantenimento non deve essere rivalutato, ma rimane dello stesso importo. Le norme infatti prevedono che non è possibile ridurre il contributo di mantenimento stabilito dalla sentenza. Si può ritoccare verso il basso l’importo dell’assegno solo se negli anni seguenti, pur applicando un indice ISTAT negativo, la somma rimane comunque più alta di quella stabilita dal giudice.

Ma cerchiamo di capire cosa rischia chi non adegua l’assegno di mantenimento all’indice ISTAT. L’omessa rivalutazione del contributo a favore del coniuge e dei figli in caso di separazione o di divorzio dà la possibilità ai beneficiari di richieder gli arretrati e gli interessi maturati sulle somme non versate entro i limiti rappresentati dai cinque anni della prescrizione. Il beneficiario che richiede gli arretrati deve innanzi tutto predisporre un atto di precetto, poi se l’ex coniuge non sistema le cose potrà rivolgersi ad un avvocato per avviare una procedura espropriativa davanti al giudice.

Maternità obbligatoria e facoltativa: quali sono le differenze?

Diventare genitori è un’esperienza stupenda, ma i nuovi arrivati hanno anche bisogno di tante attenzioni, soprattutto quando sono molto piccoli: fortunatamente l’ordinamento italiano ha previsto degli interessanti strumenti a favore di chi diventa mamma o papà; siccome è facile che si crei un po’ di confusione tra questi strumenti, in questa pagina spiegheremo quali sono le differenze tra la maternità obbligatoria e quella facoltativa.

Le differenze tra maternità obbligatoria e maternità facoltativa

La differenza principale tra la maternità obbligatoria e quella facoltativa si capisce immediatamente dal nome dei due strumenti: quella obbligatoria è, appunto, obbligatoria, nel senso che la lavoratrice incinta non può rinunciarvi; la maternità facoltativa, che molto spesso viene chiamata congedo parentale, può essere richiesta dal genitore (anche dal padre) nell’arco dei primi dodici anni di vita del figlio. Ci sono poi differenze a livello di durata e trattamento economico: andiamo a scoprirle parlando in modo più dettagliato dei due strumenti.

La maternità obbligatoria ha una durata di cinque mesi: c’è molta elasticità nella distribuzione di questi mesi, visto che la donna può scegliere se astenersi dal lavoro due mesi prima e tre mesi dopo il parto, oppure un mese prima e quattro mesi dopo la nascita del bambino. In casi eccezionali (ovviamente quando non c’è alcun rischio per la mamma e per il bambino che porta in grembo) i cinque mesi di maternità obbligatoria possono essere sfruttati solo nella fase post parto. Alla lavoratrice in maternità obbligatoria viene riconosciuta una retribuzione pari all’80% della sua paga giornaliera: l’indennità è riconosciuta per tutte le giornate lavorative (esclusi quindi le domeniche ei festivi).

La maternità facoltativa invece può esser richiesta nel corso dei primi dodici anni di vita del figlio: ha una durata di sei mesi e viene riconosciuta solo alle lavoratrici con un contratto in essere; le lavoratrici autonome hanno a disposizione solo tre mesi che devono utilizzare durante il primo anno di vita del figlio. Il congedo parentale può essere richiesto anche dai padri con una durata massima di sette mesi. Per i genitori soli la durata del congedo parentale è aumentata a dieci mesi. Il calcolo dell’indennità è un po’ più complicato rispetto a prima: durante i primi sei anni di vita del figlio al genitore viene riconosciuto il 30% della paga giornaliera; tra i sei e gli otto anni del bambino c’è il riconoscimento dell’indennità pari al 30% della paga giornaliera solo se il reddito individuale del genitore non supera l’importo del trattamento minimo di pensione moltiplicato per 2,5; dagli 8 ai 12 anni di età del bambino non è prevista alcuna retribuzione, ma solamente la possibilità di assentarsi dal posto di lavoro.

Pagamento delle indennità e maternità anticipata

Le indennità di maternità vengono pagate dall’INPS, ma nella maggior parte dei casi le somme vengono anticipate dal datore di lavoro, che poi le recupera tramite successivi sgravi contributivi. Per alcune categorie di lavoratrici (stagionali, operaie agricole, lavoratrici dello spettacolo a termine o saltuarie, addette ai servizi familiari e domestici) la legge prevede che l’indennità venga pagata direttamente dall’istituto previdenziale. Esiste anche un terzo tipo di maternità, quella anticipata, che può essere disposta dal medico quando ci sono delle gravidanze a rischio, oppure dall’Ispettorato Territoriale del Lavoro quando le condizioni lavorative non siano adatte ad una persona in stato interessante; in questi casi la lavoratrice ha il diritto di assentarsi subito dal lavoro, percependo l’indennizzo massimo.

Blocco amministrativo auto: in che cosa consiste? Quando si effettua?

Quando una persona non paga i suoi debiti con l’erario può andare incontro a spiacevoli conseguenze: l’ente che si occupa della riscossione invia la cartella esattoriale e se entro due mesi il debitore non provvede a sanare la sua posizione possono scattare dei provvedimenti; prima di passare al pignoramento dei beni del debitore ci possono essere altre azioni cautelari come il blocco amministrativo dell’auto. Vediamo di cosa si tratta, in cosa consiste e in quali casi si effettua.

In cosa consiste il blocco amministrativo auto

Nel caso di un mancato pagamento di tasse, multe o tributi l’ente che si occupa della riscossione invia la cartella esattoriale; il contribuente ha sessanta giorni di tempo per saldare il suo debito, ma se non adempie al suo obbligo l’ente può passare ai fatti. Può procedere direttamente con il pignoramento dei beni del debitore, ma in alcuni casi può decidere di intraprendere azioni cautelari con l’obiettivo di mettere pressione a contribuente e spingerlo a pagare quanto dovuto. Una delle tipiche azioni cautelari è il blocco amministrativo dell’auto (che può scattare in caso di mancato pagamento del bollo auto e delle cartelle esattoriali). Il provvedimento di fermo viene iscritto nel Pubblico Registro Automobilistico (PRA) e di fatto il proprietario dell’auto non la può utilizzare per circolare (non può neanche venderla).

Prima del blocco però l’Agenzia delle Entrate Riscossione deve avvisare il debitore del provvedimento a suo carico: da questo momento il contribuente ha tenta giorni di tempo per mettersi in regola; se non lo fa scatta il blocco dei veicoli intestati al debitore, che ha comunque trenta giorni di tempo per dimostrare che la macchina è necessaria per lo svolgimento della sua attività lavorativa (in questo caso non c’è l’annotazione del provvedimento nel PRA). Sul preavviso inviato dall’agenzia di riscossione sono indicati l’importo dovuto, la natura del debito e l’anno in cui questo è stato contratto.

Conseguenze del blocco e cancellazione del provvedimento

La conseguenze del blocco amministrativo dell’auto è facilmente intuibile: finché non ha saldato il debito il debitore non può disporre del mezzo, quindi non può circolare (altrimenti viene multato), non può demolire l’auto o portarla all’estero. Anche gli eventuali acquirenti della macchina sottoposta al blocco amministrativo non potranno circolare su strade e autostrade italiane. Se nonostante il fermo il debitore continua a non pagare, l’auto in blocco viene venduta in modo tale che l’agenzia di riscossione possa recuperare il credito.

Il blocco amministrativo dell’auto può essere cancellato dopo il pagamento della cartella esattoriale. Dopo aver saldato il debito bisogna recarsi al PRA con i seguenti documenti:

  • il provvedimento di revoca (originale emesso dall’ente di riscossione; vi sono riportatii dati del contribuente, i dati dell’automobile e l’importo del debito saldato;
  • il certificato di proprietà del mezzo (se non si disponde di questo documento bisogna procurarsi il modello NP-3).

Per cancellare il blocco amministrativo bisogna pagare l’imposta di bollo, che ammonta a 32 euro se si dispone del certificato di proprietà o a 48 euro se si presenta il modello NP-3.

Pensione di cittadinanza: cos’è e requisiti per la richiesta

Nel corso degli ultimi anni si è sentito parlare tanto di una misura a sostegno delle famiglie in difficoltà nota con il nome di reddito di cittadinanza; anche per il 2020 questo strumento è stato confermato, ma forse non tutti sanno che oltre al reddito esiste anche la pensione di cittadinanza. Vediamo cos’è e quali sono i requisiti necessari per farne richiesta.

Cos’è la pensione di cittadinanza e come si determina il suo importo

Il reddito di cittadinanza è stato introdotto come misura di contrasto alla povertà e come strumento di politica attiva del lavoro. Svolge la sua doppia funzione tramite l’erogazione di un sostegno economico ad integrazione dei redditi delle famiglie che ne hanno diritto e tramite un percorso di reinserimento lavorativo e sociale (i beneficiari infatti devono sottoscrivere un Patto per il lavoro oppure un Patto per l’inclusione sociale). Lo strumento cambia nome se il nucleo familiare è composto solo da uno o più componenti che hanno più di 67 anni: in questo caso si parla di pensione di cittadinanza. La pensione può essere richiesta anche se all’interno del nucleo familiare, oltre ai componenti con più di 67 anni, convivano una o più persone anche più giovani ma in condizioni di non autosufficienza o di disabilità grave.

L’importo della pensione di cittadinanza viene determinato nello stesso modo in cui viene calcolato il reddito di cittadinanza: è la somma di due componenti, una ad integrazione del reddito familiare e una come contributo per l’affitto o il mutuo. La soglia massima della prima quota viene determinata moltiplicando 7.560 euro (6.000 per il reddito di cittadinanza) per il parametro della scala di equivalenza corrispondente. Se il nucleo familiare risiede in un’abitazione in locazione l’importo della seconda quota è pari al canone annuo di locazione fino ad un massimo di 1.800 euro annui (la soglia massima sale a 3.360 euro per il reddito di cittadinanza); nel caso in cui ci sia un mutuo contratto per l’acquisto o la costruzione della casa, la seconda quota è pari alla rata del mutuo fino ad un massimo di 1.800 euro annui.

L’importo minimo complessivo della pensione di cittadinanza è di 480 euro annui. La scala di equivalenza parte da un parametro pari a 1 per il primo componente del nucleo familiare e va ad aumentare di 0,4 per gli ulteriori componenti che hanno più di 18 anni, di 0,2 per gli ulteriori componenti con meno di 18 anni. Il valore massimo del parametro è 2,1 (che sale a 2,2 in presenza di componenti con disabilità gravi o non autosufficienza). Non vengono inclusi nel parametro i familiari che sono in stato detentivo, ricoverati in istituti di cura o altre strutture a carico dello Stato o di altre pubbliche amministrazioni; per i primi 12 mesi dopo la data delle dimissioni non si contano neanche i disoccupati a seguito di dimissioni volontarie.

Requisiti necessari e modalità di presentazione della richeista

Nel momento in cui si fa richiesta (e anche per tuta la durata del beneficio) è necessario presentare i seguenti requisiti:

  • bisogna essere cittadini italiani o dell’UE; i cittadini extra UE con permesso di soggiorno di lungo periodo oppure titolare di protezione internazionale, i cittadini stranieri con diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente familiari di un cittadino italiano o europeo;
  • bisogna risiedere in Italia da almeno 10 anni (di cui almeno gli ultimi due in modo continuativo);
  • non bisogna essere sottoposti a misure cautelari personali;
  • non bisogna essere stati condannati nei dieci anni precedenti per una serie di reati previsti dal codice penale ed indicati nel regolamento del reddito di cittadinanza;
  • il nucleo familiare deve avere un ISEE inferiore ai 9.360 euro;
  • il patrimonio immobiliare (sia in Italia che all’estero) non deve superare i 30.000 euro, senza contare la casa di abitazione;
  • il patrimonio immobiliare non deve superare i 6.000 euro per i nuclei composti da una sola persona, gli 8.00 per i nuclei di due persone, i 10.000 euro per i nuclei composti da tre o più persone, con l’aggiunta di 1.000 euro per i figli successivi al terzo (i massimali vengono incrementati di 5.000 euro per ogni componente con disabilità e di 7.5000 euro per ogni componente con disabilità grave o non autosufficienza);
  • il reddito familiare non può superare la soglia dei 7.560 euro per la scala di equivalenza (oppure 9.360 euro per la cala di equivalenza se in nucleo vive in un’abitazione in locazione); dall’importo sono detratti i trattamenti assistenziali;
  • nessun componente del nucleo familiare può essere intestatario di autoveicoli immatricolati per la prima volta negli ultimi sei mesi (ad eccezione dei mezzi per i quali è prevista l’agevolazione fiscale per le persone disabili) o di navi e imbarcazioni da diporto.

La domanda di pensione di cittadinanza può essere presentata tutti i mesi, a partire dal sesto giorno; il beneficio può essere richiesto presentando l’apposito modulo SR180 presso gli uffici postali o i CAF o i patronati, oppure tramite la modalità telematica con SPID di Livello 2 collegandosi al sito www.redditodicittadinanza.gov.it. I beneficiari del reddito e della pensione di cittadinanza sono obbligati a comunicare all’INPS le eventuali variazioni della situazione lavorativa, il reddito prsunto per l’anno solare successivo, i cambiamenti nel nucleo familiare, e le variazioni patrimoniali che portano alla perdita dei requisiti. È possibile monitorare lo stato di avanzamento della propria richiesta di pensione di cittadinanza accedendo al servizio online disponibile sul sito ufficiale dell’INPS.