Vivere con 800 euro al mese: come risparmiare e come si fa

Un posto di lavoro si trova con sempre più fatica, gli stipendi che vengono proposti sono sempre più bassi, mentre i prezzi delle cose sembrano diventare sempre più alti: in uno scenario del genere sono tante le persone che devono riuscire ad arrivare a fine mese con un budget molto limitato; si può vivere con 800 euro al mese? Cerchiamo di capire come si fa riepilogando i migliori consigli su come risparmiare.

Come risparmiare sull’alloggio e le bollette

Ci sono molte persone che decidono di vivere con 800 euro al mese, ma nella maggior parte dei casi non si tratta di una scelta; è importante capire su cose è possibile risparmiare per poter non arrivare a fine mese con l’acqua alla gola. Ovviamente c’è molta differenza tra chi ha un budget di 800 euro ed ha una casa di proprietà (o comune ha uno spazio dove può alloggiare gratuitamente) e chi invece vive in affitto: l’entità del canone di locazione può variare molto da città a città, ma anche da zona a zona nello stesso comune, quindi si dovrebbe optare per soluzioni economiche (ma comunque dignitose).

Può essere fondamentale anche il numero delle persone con cui si condivide l’alloggio: se i conviventi sono a carico (ad esempio i figli) le cose si fanno davvero molto dure, mentre la presenza di un coinquilino potrebbe essere l’opzione migliore, visto che permetterebbe di condividere le spese. Quando si hanno pochi soldi a disposizione bisogna cercare di risparmiare anche sulle bollette, quindi si devono trovare le tariffe più convenienti per quanto riguarda le utenze di acqua, luce e gas (i siti comparatori possono essere molto utili); si potrebbe fare a meno della linea telefonica se si ha un buono smartphone che si può utilizzare anche come modem: ormai molte compagnie di telefonia mobile propongono offerte con un buon numero di giga ad un prezzo decisamente più basso rispetto a quello di una linea fissa.

Come vivere con 800 euro al mese: come programmare la spesa

Per risparmiare è necessario programmare le spese. Prima però bisogna cercare di capire come si spendono i soldi, in modo da individuare dove è possibile fare dei tagli. Bisognerà per forza ridurre le uscite legate agli sfizi (ridurre, non eliminare: svagarsi un po’ è importantissimo). Una parentesi a parte va aperta per l’argomento auto: in alcuni casi è necessario avere una macchina, ma in altri questa potrebbe risultare addirittura superflua; bisogna quindi cercare di capire se conviene spendere soldi in carburante, assicurazione, bolli, officina oppure utilizzare i mezzi pubblici; è impossibile generalizzare, è una cosa che va valutata caso per caso.

E poi c’è da parlare della spesa: per vivere con 800 euro bisogna cercare di risparmiare anche su questo! Bisogna seguire con molta attenzione le offerte pubblicate sui volantini, trovare ed utilizzare i coupon e i buoni sconto (non è così difficile) e magari acquistare i prodotti del discount al posto di quelli di marca. Per quanto riguarda l’extra alimentare non sarebbe una cattiva idea concentrare gli acquisti nel momento dei saldi oppure nelle occasioni in cui ci sono sconti o promozioni (ad esempio il Blak Friday), ma non si deve sottovalutare il mercato dell’usato.

Calcolo rivalutazione ISTAT assegno mantenimento: come fare? Consigli utili

Per mantenere costante il potere di acquisto della persona che lo riceve, l’importo dell’assegno di mantenimento deve essere rivalutato ogni anno: vediamo come si deve fare il calcolo della rivalutazione ISTAT dell’assegno di mantenimento. Ecco tutti i consigli utili per adattare l’importo dell’assegno al costo medio della vita.

Come fare il calcolo della rivalutazione ISTAT dell’assegno mantenimento

La legge sul divorzio prevede che l’assegno di mantenimento debba essere rivalutato ogni anno sulla base degli indici ISTAT (anche in caso di separazione). L’adeguamento automatico va fatto sempre, a prescindere da eventuali accordi tra i coniugi. Per fare il calcolo della rivalutazione ISTAT dell’assegno di mantenimento bisogna usare come riferimento l’indice dei prezzi al consumo delle famiglie di operai ed impiegati (noto anche come FOI), al netto dei tabacchi. Questo parametro viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

La rivalutazione va fatta mettendo a confronto l’indice pubblicato dall’ISTAT con quello relativo al mese in cui è stato fatto il primo pagamento dell’anno precedente. Ad esempio, se il giudice stabilisce che l’assegno deve essere pagato a partire dal primo aprile 2020, l’assegno andrà rivalutato prendendo come parametro l’ultimo indice FOI pubblicato prima del primo aprile 2021; questa nuova quota costituirà la base per la rivalutazione che sarà effettuata il primo parile dell’anno successivo e così via di anno in anno.

Consigli utili per un calcolo più rapido

Un consiglio per poter fare il calcolo in modo più rapido: si può utilizzare Rivaluta, lo strumento messo a disposizione direttamente dall’ISTAT sul suo sito. Questo tool online permette di calcolare le rivalutazioni monetarie in base all’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. È sufficiente inserire il mese di riferimento, il mese di ricalcolo e l’importo da rivalutare per ottenere all’istante il coefficiente e la somma aggiornata.

Cosa accade in caso di indice ISTAT negativo e di omessa rivalutazione

Ma cosa succede nel caso in cui il costo della vita diminuisce? In questo caso l’assegno di mantenimento non deve essere rivalutato, ma rimane dello stesso importo. Le norme infatti prevedono che non è possibile ridurre il contributo di mantenimento stabilito dalla sentenza. Si può ritoccare verso il basso l’importo dell’assegno solo se negli anni seguenti, pur applicando un indice ISTAT negativo, la somma rimane comunque più alta di quella stabilita dal giudice.

Ma cerchiamo di capire cosa rischia chi non adegua l’assegno di mantenimento all’indice ISTAT. L’omessa rivalutazione del contributo a favore del coniuge e dei figli in caso di separazione o di divorzio dà la possibilità ai beneficiari di richieder gli arretrati e gli interessi maturati sulle somme non versate entro i limiti rappresentati dai cinque anni della prescrizione. Il beneficiario che richiede gli arretrati deve innanzi tutto predisporre un atto di precetto, poi se l’ex coniuge non sistema le cose potrà rivolgersi ad un avvocato per avviare una procedura espropriativa davanti al giudice.

Maternità obbligatoria e facoltativa: quali sono le differenze?

Diventare genitori è un’esperienza stupenda, ma i nuovi arrivati hanno anche bisogno di tante attenzioni, soprattutto quando sono molto piccoli: fortunatamente l’ordinamento italiano ha previsto degli interessanti strumenti a favore di chi diventa mamma o papà; siccome è facile che si crei un po’ di confusione tra questi strumenti, in questa pagina spiegheremo quali sono le differenze tra la maternità obbligatoria e quella facoltativa.

Le differenze tra maternità obbligatoria e maternità facoltativa

La differenza principale tra la maternità obbligatoria e quella facoltativa si capisce immediatamente dal nome dei due strumenti: quella obbligatoria è, appunto, obbligatoria, nel senso che la lavoratrice incinta non può rinunciarvi; la maternità facoltativa, che molto spesso viene chiamata congedo parentale, può essere richiesta dal genitore (anche dal padre) nell’arco dei primi dodici anni di vita del figlio. Ci sono poi differenze a livello di durata e trattamento economico: andiamo a scoprirle parlando in modo più dettagliato dei due strumenti.

La maternità obbligatoria ha una durata di cinque mesi: c’è molta elasticità nella distribuzione di questi mesi, visto che la donna può scegliere se astenersi dal lavoro due mesi prima e tre mesi dopo il parto, oppure un mese prima e quattro mesi dopo la nascita del bambino. In casi eccezionali (ovviamente quando non c’è alcun rischio per la mamma e per il bambino che porta in grembo) i cinque mesi di maternità obbligatoria possono essere sfruttati solo nella fase post parto. Alla lavoratrice in maternità obbligatoria viene riconosciuta una retribuzione pari all’80% della sua paga giornaliera: l’indennità è riconosciuta per tutte le giornate lavorative (esclusi quindi le domeniche ei festivi).

La maternità facoltativa invece può esser richiesta nel corso dei primi dodici anni di vita del figlio: ha una durata di sei mesi e viene riconosciuta solo alle lavoratrici con un contratto in essere; le lavoratrici autonome hanno a disposizione solo tre mesi che devono utilizzare durante il primo anno di vita del figlio. Il congedo parentale può essere richiesto anche dai padri con una durata massima di sette mesi. Per i genitori soli la durata del congedo parentale è aumentata a dieci mesi. Il calcolo dell’indennità è un po’ più complicato rispetto a prima: durante i primi sei anni di vita del figlio al genitore viene riconosciuto il 30% della paga giornaliera; tra i sei e gli otto anni del bambino c’è il riconoscimento dell’indennità pari al 30% della paga giornaliera solo se il reddito individuale del genitore non supera l’importo del trattamento minimo di pensione moltiplicato per 2,5; dagli 8 ai 12 anni di età del bambino non è prevista alcuna retribuzione, ma solamente la possibilità di assentarsi dal posto di lavoro.

Pagamento delle indennità e maternità anticipata

Le indennità di maternità vengono pagate dall’INPS, ma nella maggior parte dei casi le somme vengono anticipate dal datore di lavoro, che poi le recupera tramite successivi sgravi contributivi. Per alcune categorie di lavoratrici (stagionali, operaie agricole, lavoratrici dello spettacolo a termine o saltuarie, addette ai servizi familiari e domestici) la legge prevede che l’indennità venga pagata direttamente dall’istituto previdenziale. Esiste anche un terzo tipo di maternità, quella anticipata, che può essere disposta dal medico quando ci sono delle gravidanze a rischio, oppure dall’Ispettorato Territoriale del Lavoro quando le condizioni lavorative non siano adatte ad una persona in stato interessante; in questi casi la lavoratrice ha il diritto di assentarsi subito dal lavoro, percependo l’indennizzo massimo.

Blocco amministrativo auto: in che cosa consiste? Quando si effettua?

Quando una persona non paga i suoi debiti con l’erario può andare incontro a spiacevoli conseguenze: l’ente che si occupa della riscossione invia la cartella esattoriale e se entro due mesi il debitore non provvede a sanare la sua posizione possono scattare dei provvedimenti; prima di passare al pignoramento dei beni del debitore ci possono essere altre azioni cautelari come il blocco amministrativo dell’auto. Vediamo di cosa si tratta, in cosa consiste e in quali casi si effettua.

In cosa consiste il blocco amministrativo auto

Nel caso di un mancato pagamento di tasse, multe o tributi l’ente che si occupa della riscossione invia la cartella esattoriale; il contribuente ha sessanta giorni di tempo per saldare il suo debito, ma se non adempie al suo obbligo l’ente può passare ai fatti. Può procedere direttamente con il pignoramento dei beni del debitore, ma in alcuni casi può decidere di intraprendere azioni cautelari con l’obiettivo di mettere pressione a contribuente e spingerlo a pagare quanto dovuto. Una delle tipiche azioni cautelari è il blocco amministrativo dell’auto (che può scattare in caso di mancato pagamento del bollo auto e delle cartelle esattoriali). Il provvedimento di fermo viene iscritto nel Pubblico Registro Automobilistico (PRA) e di fatto il proprietario dell’auto non la può utilizzare per circolare (non può neanche venderla).

Prima del blocco però l’Agenzia delle Entrate Riscossione deve avvisare il debitore del provvedimento a suo carico: da questo momento il contribuente ha tenta giorni di tempo per mettersi in regola; se non lo fa scatta il blocco dei veicoli intestati al debitore, che ha comunque trenta giorni di tempo per dimostrare che la macchina è necessaria per lo svolgimento della sua attività lavorativa (in questo caso non c’è l’annotazione del provvedimento nel PRA). Sul preavviso inviato dall’agenzia di riscossione sono indicati l’importo dovuto, la natura del debito e l’anno in cui questo è stato contratto.

Conseguenze del blocco e cancellazione del provvedimento

La conseguenze del blocco amministrativo dell’auto è facilmente intuibile: finché non ha saldato il debito il debitore non può disporre del mezzo, quindi non può circolare (altrimenti viene multato), non può demolire l’auto o portarla all’estero. Anche gli eventuali acquirenti della macchina sottoposta al blocco amministrativo non potranno circolare su strade e autostrade italiane. Se nonostante il fermo il debitore continua a non pagare, l’auto in blocco viene venduta in modo tale che l’agenzia di riscossione possa recuperare il credito.

Il blocco amministrativo dell’auto può essere cancellato dopo il pagamento della cartella esattoriale. Dopo aver saldato il debito bisogna recarsi al PRA con i seguenti documenti:

  • il provvedimento di revoca (originale emesso dall’ente di riscossione; vi sono riportatii dati del contribuente, i dati dell’automobile e l’importo del debito saldato;
  • il certificato di proprietà del mezzo (se non si disponde di questo documento bisogna procurarsi il modello NP-3).

Per cancellare il blocco amministrativo bisogna pagare l’imposta di bollo, che ammonta a 32 euro se si dispone del certificato di proprietà o a 48 euro se si presenta il modello NP-3.

Pensione di cittadinanza: cos’è e requisiti per la richiesta

Nel corso degli ultimi anni si è sentito parlare tanto di una misura a sostegno delle famiglie in difficoltà nota con il nome di reddito di cittadinanza; anche per il 2020 questo strumento è stato confermato, ma forse non tutti sanno che oltre al reddito esiste anche la pensione di cittadinanza. Vediamo cos’è e quali sono i requisiti necessari per farne richiesta.

Cos’è la pensione di cittadinanza e come si determina il suo importo

Il reddito di cittadinanza è stato introdotto come misura di contrasto alla povertà e come strumento di politica attiva del lavoro. Svolge la sua doppia funzione tramite l’erogazione di un sostegno economico ad integrazione dei redditi delle famiglie che ne hanno diritto e tramite un percorso di reinserimento lavorativo e sociale (i beneficiari infatti devono sottoscrivere un Patto per il lavoro oppure un Patto per l’inclusione sociale). Lo strumento cambia nome se il nucleo familiare è composto solo da uno o più componenti che hanno più di 67 anni: in questo caso si parla di pensione di cittadinanza. La pensione può essere richiesta anche se all’interno del nucleo familiare, oltre ai componenti con più di 67 anni, convivano una o più persone anche più giovani ma in condizioni di non autosufficienza o di disabilità grave.

L’importo della pensione di cittadinanza viene determinato nello stesso modo in cui viene calcolato il reddito di cittadinanza: è la somma di due componenti, una ad integrazione del reddito familiare e una come contributo per l’affitto o il mutuo. La soglia massima della prima quota viene determinata moltiplicando 7.560 euro (6.000 per il reddito di cittadinanza) per il parametro della scala di equivalenza corrispondente. Se il nucleo familiare risiede in un’abitazione in locazione l’importo della seconda quota è pari al canone annuo di locazione fino ad un massimo di 1.800 euro annui (la soglia massima sale a 3.360 euro per il reddito di cittadinanza); nel caso in cui ci sia un mutuo contratto per l’acquisto o la costruzione della casa, la seconda quota è pari alla rata del mutuo fino ad un massimo di 1.800 euro annui.

L’importo minimo complessivo della pensione di cittadinanza è di 480 euro annui. La scala di equivalenza parte da un parametro pari a 1 per il primo componente del nucleo familiare e va ad aumentare di 0,4 per gli ulteriori componenti che hanno più di 18 anni, di 0,2 per gli ulteriori componenti con meno di 18 anni. Il valore massimo del parametro è 2,1 (che sale a 2,2 in presenza di componenti con disabilità gravi o non autosufficienza). Non vengono inclusi nel parametro i familiari che sono in stato detentivo, ricoverati in istituti di cura o altre strutture a carico dello Stato o di altre pubbliche amministrazioni; per i primi 12 mesi dopo la data delle dimissioni non si contano neanche i disoccupati a seguito di dimissioni volontarie.

Requisiti necessari e modalità di presentazione della richeista

Nel momento in cui si fa richiesta (e anche per tuta la durata del beneficio) è necessario presentare i seguenti requisiti:

  • bisogna essere cittadini italiani o dell’UE; i cittadini extra UE con permesso di soggiorno di lungo periodo oppure titolare di protezione internazionale, i cittadini stranieri con diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente familiari di un cittadino italiano o europeo;
  • bisogna risiedere in Italia da almeno 10 anni (di cui almeno gli ultimi due in modo continuativo);
  • non bisogna essere sottoposti a misure cautelari personali;
  • non bisogna essere stati condannati nei dieci anni precedenti per una serie di reati previsti dal codice penale ed indicati nel regolamento del reddito di cittadinanza;
  • il nucleo familiare deve avere un ISEE inferiore ai 9.360 euro;
  • il patrimonio immobiliare (sia in Italia che all’estero) non deve superare i 30.000 euro, senza contare la casa di abitazione;
  • il patrimonio immobiliare non deve superare i 6.000 euro per i nuclei composti da una sola persona, gli 8.00 per i nuclei di due persone, i 10.000 euro per i nuclei composti da tre o più persone, con l’aggiunta di 1.000 euro per i figli successivi al terzo (i massimali vengono incrementati di 5.000 euro per ogni componente con disabilità e di 7.5000 euro per ogni componente con disabilità grave o non autosufficienza);
  • il reddito familiare non può superare la soglia dei 7.560 euro per la scala di equivalenza (oppure 9.360 euro per la cala di equivalenza se in nucleo vive in un’abitazione in locazione); dall’importo sono detratti i trattamenti assistenziali;
  • nessun componente del nucleo familiare può essere intestatario di autoveicoli immatricolati per la prima volta negli ultimi sei mesi (ad eccezione dei mezzi per i quali è prevista l’agevolazione fiscale per le persone disabili) o di navi e imbarcazioni da diporto.

La domanda di pensione di cittadinanza può essere presentata tutti i mesi, a partire dal sesto giorno; il beneficio può essere richiesto presentando l’apposito modulo SR180 presso gli uffici postali o i CAF o i patronati, oppure tramite la modalità telematica con SPID di Livello 2 collegandosi al sito www.redditodicittadinanza.gov.it. I beneficiari del reddito e della pensione di cittadinanza sono obbligati a comunicare all’INPS le eventuali variazioni della situazione lavorativa, il reddito prsunto per l’anno solare successivo, i cambiamenti nel nucleo familiare, e le variazioni patrimoniali che portano alla perdita dei requisiti. È possibile monitorare lo stato di avanzamento della propria richiesta di pensione di cittadinanza accedendo al servizio online disponibile sul sito ufficiale dell’INPS.

Anticipo TFR per acquisto prima casa: come funziona e in che cosa consiste?

Durante la sua vita lavorativa il dipendente, ma solo se possiede determinati requisiti, può richiedere un anticipo del TFR maturato per far fronte a delle precise esigenze; in queta pagina cerchiamo di fare un po’ di chiarezza per quanto riguarda l’anticipo TFR per acquisto della prima casa: scopriamo come funziona e in cosa consiste.

In cosa consiste l’anticipo del trattamento di fine rapporto

L’anticipo TFR è un diritto che spetta ai lavoratori dipendenti che hanno almeno otto anni di anzinità lavorativa; si possono ottenere importi fino al 70% del trattamento di fine rapporto maturato fino al momento della richiesta, che può essere fatta al datore di lavoro solo ed esclusivamente per una ristretta serie di eventi:

  • acquisto della prima casa per se o per i figli (documentato con atto notarile);
  • spese sanitarie per interventi o terapie straordinari.

Dopo aver ricevuto la richiesta del suo dipendente, il datore di lavoro verifica la presenza dei requisiti e delle condizioni necessarie per concedere l’anticipo TFR; ma non basta, perché la legge fissa anche dei limiti al numero delle richieste che possono essere accettate: ogni anno è possibile accettare un numero di richieste non superare al 10% degli aventi diritto e in ogni caso bisogna rimanere al di sotto del 4% del numero complessivo dei dipendenti (questo limite scende all’1% per le aziende con meno di 25 dipendenti).

Come funziona l’anticipo TFR per acquisto della prima casa

Per quanto riguarda l’anticipo TFR per l’acquisto della prima casa (con il termine prima casa si intende l’immobile destinato alla normale residenza ed abitazione del richiedente e della sua famiglia) è possibile dire che tra le spese che danno diritto rientrano anche l’acquisto del suolo su cui verrà edificata l’abitazione, l’acquisto della casa per il figlio (con l’onere sostenuto dal figlio stesso), il riscatto di un’abitazione già occupata, la ristrutturazione di un’abitazione che verrà adibita a prima casa e la costruzione di un’abitazione che diventerà la prima casa.

Non è invece possibile richiedere l’anticipo TFR per sostenere le spese di semplici ristrutturazioni della casa che è già di proprietà o per il rimborso dei debiti contratti per acquistare la casa o evitarne l’espropriazione. Inoltre bisogna precisare che non si può chiedere l’anticipo TFR per l’acquisto della prima casa se si è già proprietari di altre abitazioni dare in affitto oppure acquistate a titolo di investimento immobiliare.

La richiesta di anticipo TFR per l’acquisto della prima casa può essere effettuata una volta sola; la domanda va presentata al proprio datore di lavoro, a cui bisogna consegnare l’apposito modulo correttamente compilato: bisogna indicarvi anche i propri dati anagrafici, la data di assunzione e, ovviamente la motivazione che spinge il dipendente a richiedere l’anticipo del proprio TFR (che in questo caso è l’acquisto della prima casa). La richiesta può anche essere respinta; questo accade se il datore di lavoro si accorge che:

  • il dipendente non ha i requisiti richiesti (8 anni di anzianità lavorativa);
  • la somma richiesta è superiore al 70% del TFR accumulato;
  • la motivazione espressa non rientra tra quelle previste;
  • è già stato raggiunto il limite massimo di domande accoglibili.

Denunciare affitto in nero: quali sono le procedure legali da seguire?

Chiunque abbia un interesse a farlo ha la possibilità di denunciare un affitto in nero: basta una segnalazione alla Guardia di Finanza o all’Agenzia delle Entrate. Non dimentichiamoci che il mancato pagamento delle tasse relative ad un contratto di affitto implica sanzioni tributarie e sanzioni civili. Vediamo quali sono le procedure legali da seguire per denunciare un affitto in nero.

Quando si parla di affitto in nero?

Ci troviamo di fronte ad un affitto in nero quando:

  • il contratto di locazione è stato firmato ma non è stato registrato entro 30 giorni (quindi il contratto esiste, ma per la legge è come se non fosse mai stato siglato);
  • il contratto non è mai stato scritto e tra l’inquilino e il proprietario c’è un accordo verbale o un altro tipo di accordo informale;
  • il contratto è stato scritto, ma il documento non rispetta i canoni previsti per il contratto di locazione.

Le procedure da seguire per denunciare affitto in nero

Il modo più rapido per denunciare un affitto in nero consiste nel fare una segnalazione all’Agenzia delle Entrate; il procedimanto da seguire è il seguente:

  1. prima d tutto bisogna accertarsi che il proprietario non abbia registrato il contratto (la verifica può essere fatta presso la sede dell’Agenzia delle Entrate più vicina);
  2. nel caso in cui non ci sia stata la registrazione è possibile procedere con una registrazione in prima persona (e così si evita ogni tipo di responsabilità solidale);
  3. si fa la denuncia del proprietario; è fondamentale per l’inquilino che denuncia dimostrare che esiste un contratto e che finora ha regolarmente pagato un canone (quindi meglio portarsi dietro una copia del contratto e le ricevute di pagamento dell’affitto).

In alternativa è possibile rivolgersi alla Guardia di Finanza: per farlo è necessario presentarsi di persona al comando più vicino. Dopo aver comunicato le proprie generalità sarà necessario dare delle prove che dimostrino che si sta davvero occupando l’appartamento che è stato affittato in nero: se si ha una copia del contratto (seppur non registrata) basterà mostrarlo, ma se non esiste alcun contratto è possibile dimostrare di vivere in quell’immobile presentando le ricevute delle bollette pagate (acqua, gas, telefono e altre utenze), le ricevute del pagamento dell’affitto o qualsiasi altro documento che dimostri questi pagamenti (assegni, bonifici bancari e così via). I soggetti terzi che vogliono denunciare un affitto in nero devono limitarsi a presentare un esposto alla Guardia di Finanza: non possono presentare prove video o fotografia perché si rischia la contro denuncia.

Le conseguenze della denuncia

Ci sono molti inquilini che vorrebbero denunciare l’affitto in nero, ma hanno paura delle conseguenze: se il contratto non esiste oppure non è stato registrato oppure è stato redatto in maniera irregolare, l’inquilino è complice (il contratto dovrebbe essere il frutto di un accordo gtra due parti, quindi entrambe sono responsabili), però la legge suddivide le responsabilità in modo differente, con conseguenze più gravi per il proprietario. L’inquilino infatti è responsabile in solido solo della mancata registrazione (quindi deve provvedere con il pagamento della metà dell’imposta di registro), mentre il proprietario va incontro a conseguenze fiscali più pesanti.

Trust: cos’è e a cosa serve? Quali sono le procedure da seguire e i costi?

Il nostro ordinamento riconosce un istituto giuridico tipicamente anglosassone che ha l’obiettivo di separare alcuni beni dal patrimonio di un soggetto; questa separazione può essere fatta con degli obiettivi ben specifico e per conoscere quali sono bisogna capire cos’è e a cosa serve il Trust. Vediamo anche quali sono le procedure da seguire e quali sono i costi legati all’utilizzo di questo particolare strumento.

Cos’è e a cosa serve il Trust

Come detto prima il nostro ordinamento giuridico riconosce l’istituto del trust, ma non lo disciplina: l’Italia si è semplicemente limitata a legittimarlo con la ratifica della Convenzione dell’Aja; non essendo regolato da una legge nazionale, il disponente potrà scegliere le regole applicabili tra quelle previste dalle giurisdizioni che disciplinano il trust in modo specifico (come l’Inghilterra per esempio). Bisogna precisare che l’Italia non riconosce tutti i trust, ma solo quelli istituiti volontariamente e provati per iscritto che sono regolati dalla legge scelta dal soggetto istituente.

Ma spieghiamo meglio di cosa si tratta: il trust è un atto di disposizione patrimoniale con cui un soggetto si spossessa di uno o più beni, che vengono trasferiti al trustee in modo tale che possano essere amministrati nell’interesse di un soggetto terzo beneficiario oppure per uno specifico fine. Il trust è un rapporto giuridico tra il disponente e il trustee: il primo trasferisce beni o diritti al secondo, che li deve amministrare per raggiungere uno scopo preciso oppure nell’interesse di un determinato beneficiario.

I beni oggetto del trust vengono separati dal patrimonio del disponente, ma non c’è uno sdoppiamento del diritto di proprietà: il trustee diventa titolare del diritto di piena proprietà dei beni in questione, anche se gravato da un vincolo di destinazione. Il beneficiario per contro ha solo un diritto di credito nei confronti del trustee. Ci può essere anche una quarta figura, quella del guardiano, ovvero una persona incaricata dal disponente per controllare come opera il trustee.

La procedura e i costi

L’atto istitutivo del trust è sempre unilaterale, seguito da uno o più atti di trasferimento di beni; la durata del trust è limitata nel tempo: in Italia non può andare oltre i cento anni. Non ci sono limiti invece per quanto concerne la tipologia di beni trasferibili: possono essere conferiti in trust beni mobili o immobili, diritti di godimento, strumenti finanziari, denaro, aziende e così via. I beni vengono intestati al trustee, che ne diventa proprietario e li gestisce in modo da ottenerne un reddito (non può usarli o goderne per scopi personali). IL trust può essere di quattro tipologie:

  • trust con beneficiario;
  • trust di scopo;
  • trust liberale;
  • trust commerciale.

I costi del trust sono rappresentati dai costi di istituzione, dai costi legati al trasferimento dei bei e dalle imposte. I costi di istituzione sono legati alle condizioni economiche pattuite dal disponente e dal trustee, mentre i costi di trasferimento dei beni e le imposte sono legate alla tipologia dei beni coinvolti. Se l’atto costitutivo contiene solo la volontà del disponente di creare un trust e le sue regole di funzionamento si paga solo l’imposta di registro idi 200 euro per la costituzione del vincolo di destinazione. Se invece l’atto costitutivo indica il trasferimenti di bei e diritti al trustee si devono pagare anche l’imposta di donazione e, se sono conferiti beni immobili, le imposte catastali.

Tfm: significato, a cosa serve, cosa prevede e chi lo eroga?

A volte si utilizzano delle parole (o, peggio ancora, degli acronimi) dando per scontato che tutti ne conoscano il significato; in realtà spesso non è così: ad esempio il termine TFM a cosa fa riferimento? Cerchiamo di scoprire a cosa serve, cosa prevede e chi lo eroga.

Il significato di TFM: a cosa serve

Il TFM è il trattamento di fine mandato, ovvero una compenso differito che un’impresa può decidere di riconoscere ai suoi amministratori, una sorta di buonuscita. Non esiste una norma di riferimento, quindi non esiste una disciplina specifica per questa indennità che, di base, segue una logica simile a quella del TFR: ogni anno una quota del compenso dell’amministratore viene accantonata in modo tale fa formare un capitale che verrà liquidato nel momento in cui cessa il rapporto di collaborazione tra la società e l’amministratore stesso. Sulle somme accantonate è garantita una rivalutazione annua minima del 2%.

Chi eroga il trattamento di fine mandato: requisiti e importi

L’erogazione del TFM è facoltativa: la società non è obbligata a pagare il trattamento di fine mandato ai suoi amministratori, ma questo può essere previsto fa un accordo tra le parti. Quando viene nominato un nuovo amministratore l’assemblea stabilisce il suo compenso mensile, ma può anche decidere di erogare un compenso da accantonare di anno in anno e che verrà erogato all’amministratore alla fine del rapporto di collaborazione. Affinché ci sian un accantonamento della quota per il TFM è necessario che:

  • lo statuto o una delibera dell’assemblea (quindi atti con data certa) devono prevedere la facoltà di riconoscere il TFM;
  • l’atto in cui viene prevista la possibilità di erogare il TFM deve essere precedente all’inizio del rapporto di collaborazione con l’amministratore.

Non sono previsti dei limiti minimi o massimi per la quota da accantonare, però l’impresa deve sempre rispettare il principio di ragionevolezza e congruità, tenendo conto della sua realtà economica, del volume di affari, della sua capacità reddituale e dell’attività prestata dall’amministratore. Sulla base di queste considerazioni la quota accantonata di solito rimane al di sotto del 30% (o del 20%) del compenso annuo previsto per l’amministratore.

Deducibilità e tassazione dell’indennità di fine mandato

Il TFM (come il TFR d’altronde) rappresenta un costo interamente deducibile; la deducibilità dipende dalla data dell’atto che riconosce il diritto al trattamento di fine mandato: se ha una data certa c’è deducibilità per competenza, altrimenti c’è deducibilità per cassa, nel senso che deducibile solo quando viene effettivamente pagato. Per quanto riguarda l’amministratore, il TFM è soggetto a tassazione separata (quindi viene erogato alla fine del mandato al netto della ritenuta di acconto del 20%), ma viene sottoposto a tassazione ordinaria se gli importi superano il milione di euro e se il diritto al TFM non risulta da un atto con data certa.

Prestiti Inps per pensionati: confronto tra i vari finanziamenti, tassi di interesse e simulazione

Molte persone credono che i pensionati non possano ottenere prestiti: molti infatti sono convinti che ci siano limiti anagrafici troppo bassi o che sia necessario presentare una busta paga per ottenere un finanziamento; in realtà non è così, anzi: esistono anche i prestiti INPS per pensionati. Facciamo un confronto tra i vari finanziamenti disponibili facendo una simulazione per conoscere quali sono i tassi di interesse e le altre condizioni applicate.

Quali sono i prestiti INPS per pensionati?

Partiamo da un presupposto: i pensionati possono richiedere ed ottenere prestiti: le banche e le finanziarie di solito hanno un limite anagrafico massimo di 75 anni e anche il cedolino della pensione viene accettato come documento di reddito valido per l’erogazione di un finanziamento.

In più ci sono le soluzioni offerte direttamente dall’istituto nazionale di previdenza: l’INPS infatti è in grado di proporre sia ai lavoratori che ai pensionati dei finanziamenti a condizioni agevolate e lo può fare sia attraverso il suo Fondo Credito che tramite banche e società finanziarie convenzionate. Sul sito ufficiale dell’ente si legge che possono richiedere i prestiti INPS per pensionati gli ex dipendenti pubblici iscritti alla Gestione Unitaria delle Prestazioni Creditizie e Sociali; si legge inoltre che tutti i pensionati invece possono richiedere un prestito bancario con la formula della cessione del quinto della pensione.

I finanziamenti erogati direttamente dall’INPS

I prestiti INPS erogati direttamente dall’istituto vengono chiamati anche prestiti INPDAP perché sono rivolti agli ex dipendenti pubblici che sono iscritti alla Gestione Unitaria delle Prestazioni Creditizie e Sociali. Sono disponibili due tipologie di prestito: ci sono i piccoli prestiti e i prestiti pluriennali (ma solo quelli diretti, perché quelli garantiti sono riservati agli iscritti in servizio): andiamo a conoscere le loro caratteristiche.

I piccoli prestiti INPS per pensionati ex INPDAP

I pensionati iscritti alla Gestione Unitaria che vogliono affrontare con maggiore serenità delle spese di entità contenuta possono rivolgersi all’INPS per ottenere un piccolo prestito a breve termine. Questa formula permette di ottenere importi pari ad una, due, tre o quattro mensilità mette della pensione, che andranno restituite rispettivamente in 12, 24, 36 o 48 rate mensili; se sulla pensione non ci sono altre trattenuto in corso è possibile richiedere anche la doppia mensilità, purché la rata di rimborso non superi il quinto cedibile.

SI tratta di un prestito a condizioni davvero interessanti, infatti viene applicato un tasso di interesse nominale annuo pari al 4,25%; bisogna inoltre considerare l’aliquota dello 0,50% per le spese di amministrazione e il premio fondo rischi, il cui ammontare è legato all’età del richiedente e alla durata del prestito. È consentita l’estinzione anticipata del prestito: basta pagare il debito residuo e si viene anche rimborsati per la quota residua del fondo rischi. È possibile anche rinnovare il prestito, ma solo dopo che sono passati 6 mesi per i prestiti annuali, 12 mesi per i prestiti biennali, 18 mesi per i prestiti triennali e 24 mesi per i prestiti triennali. La domanda per ottenere i piccoli prestiti INPS per pensionati può esser inoltrata

  • tramite i servizi online del sito dell’INPS;
  • chiamando il Contact Center al numero 803164 da rete fissa (numero gratuito) oppure al numero 0616464 da rete mobile;
  • rivolgendosi presso enti di patronato o altri intermediari dell’istituto, che si occuperanno della trasmissione telematica della domanda.

I prestiti pluriennali INPS per pensionati iscritti alla Gestione Unitaria

I pensionati iscritti alla Gestione Unitaria delle Prestazioni Creditizie e Sociali che devono affrontare delle precise e documentate esigenze personali o familiari hanno anche la possibilità di richiedere i prestiti pluriennali diretti. Il piano di rimborso può avere una durata di cinque anni (60 rate mensili) o di dieci anni (120 rate mensili), mentre l’importo che si può ottenere dipende dall’entità della pensione, visto che ogni rata non può essere superiore al suo quinto.

Anche in questo caso le condizioni applicate sono agevolate: il tasso di interesse nominale annuo è pari al 3,50%, poi bisogna tenere conto anche delle solite aliquote per le spese di amministrazione (0,50%) e per il premio fondo rischi. I finanziamenti possono essere richiesti solo per far fronte alle esigenze espressamente indicate nel regolamento; questo significa che il prestito quinquennale può essere richiesto solo per:

  • calamità naturali;
  • rapina, furto e incendio;
  • trasloco per esigenze familiari (massimo 15.000 euro);
  • lavori condominiali della cassa casi di residenza in proprietà;
  • manutenzione ordinaria per la casa di residenza (massimo 30.000 euro);
  • spese per l’installazione di impianti di energia rinnovabile nella casa di residenza (massimo 25.000 euro);
  • acquisto di autovettura (massimo 20.000 euro);
  • nascita o adozione di figli;
  • protesi dentarie e cure odontoiatriche er l0iscritto, il coniuge o i figli a carico;
  • acquisto di autovettura modificata, carrozzella o protesi di alto costo per portatori di handicap;
  • malattia dell’iscritto;
  • decesso di familiari;
  • matrimonio dell’iscritto o del figlio;
  • iscrizione a corsi post laurea di almeno due anni dell’iscritto o del figlio;
  • casi eccezionali rilevanti e gravi che richiedono un notevole impegno economico (massimo 30.000 euro).

I prestiti decennali invece possono essere richiesti per:

  • riscatto di alloggi popolari o di enti pubblici già condotti in locazione;
  • acquisizione di casa in cooperativa o da cooperativa costituita da locatari di abitazioni di enti pubblici in dismissione;
  • acquisto o costruzione della casa destinata a residenza (massimo 150.000 euro);
  • estinzione anticipata o riduzione del mutuo ipotecario;
  • manutenzione straordinaria, risanamento conservativo, restauro e ristrutturazione della casa di proprietà (massimo 100.000 euro);
  • malattia grave dei componenti del nucleo familiare;
  • casi eccezionali rilevanti e gravi che richiedono un notevole impegno economico (massimo 50.000 euro).

Le modalità di richiesta per i pensionati sono le stesse viste in precedenza: inoltro della domanda online tramite il servizio dedicato INPS, telefonata al Contact Center o affidamento della pratica a patronati o intermediari dell’istituto.

La simulazione dei prestiti erogati dall’INPS

Sul sito dell’istituto previdenziale è disponibile uno strumento che permette di fare la simulazione dei prestiti INPS per pensionati ex INPDAP: tramite questo servizio è possibile calcolare l’importo massimo e minimo che si può ottenere, calcolare la rata ideale e capire quali sono le soluzioni disponibili in base al proprio reddito e alle proprie esigenze.

Utilizzando lo strumento Simulazione Prestito è sufficiente inserire l’importo della pensione netta e la data di nascita per sapere quanto si può ottenere e con quale formula; ad esempio un pensionato che riceve ogni mese un importo netto di 1000 euro ed ha 70 anni può richiedere:

  • piccolo prestito da 1.000 euro da restituire in 12 mesi (tasso 4,25%); l’importo sale a 2.000 euro con la doppia mensilità;
  • piccolo prestito da 2.000 euro da restituire in 24 mesi (tasso 4,25%); l’importo sale a 4.000 euro con la doppia mensilità;
  • piccolo prestito da 3.000 euro da restituire in 36 mesi (tasso 4,25%); l’importo sale a 6.000 euro con la doppia mensilità;
  • piccolo prestito da 5.000 euro da restituire in 48 mesi (tasso 4,25%); l’importo sale a 8.000 euro con la doppia mensilità;
  • prestito pluriennale da 3.000 euro da restituire in 60 mesi (tasso 3,50%); l’importo sale a 11.000 euro con la doppia mensilità;
  • prestito pluriennale da 5.000 euro da restituire in 120 mesi (tasso 3,50%); l’importo sale a 20.200 euro con la doppia mensilità.

I prestiti con cessione del quinto della pensione

Usciamo dal sentiero dei prestiti INPS per pensionati erogati direttamente dall’ente previdenziale e parliamo dei finanziamenti con cessione del quinto erogati dalle banche e dagli altri enti accreditati. Questa forma di finanziamento si distingue dalle altre perché le rate di rimborso vengono trattenute in automatico dall’INPS, che si occupa di versare l’importo all’istituto di credito con cui il pensionato ha firmato il contratto.

La cessione del quinto può essere richiesta dai titolari di qualsiasi pensione (sono esclusi gli assegni e le pensioni social, le invalidità civili, gli assegni per l’assistenza dei pensionati inabili, gli assegni di sostegno al reddito, gli assegni al nucleo familiare, le pensioni con contitolarità per la quota che non è di pertinenza del soggetto che richiede il finanziamento, le prestazioni di esodo e l’APE sociale).

Per ottenere il prestito bisogna innanzi tutto farsi rilasciare dall’INPS la comunicazione di cedibilità della pensione, che è quel documento che indica l’importo massimo della rata; la comunicazione va poi consegnata alla banca o alla finanziaria con cui si vuole stipulare il contratto di finanziamento; va detto che se ci si rivolge ad un istituto convenzionato con l’INPS sarà l’istituto stesso a richiedere la comunicazione di cedibilità tramite n collegamento telematico diretto.

Il piano di rimborso può avere una durata massima di 10 anni e prevede la sottoscrizione obbligatoria di una copertura assicurativa contro il rischio morte. L’importo che si può ottenere è legato all’entità dell’assegno mensile, visto che, come si può intuire dal nome, la rata non può essere più alta di un quinto della pensione netta. Sul sito dell’INPS è presente l’elenco degli istituti di credito convenzionati.

Giusto per avere un’idea delle condizioni applicate vediamo alcuni esempi relativi alle offerte di un paio di istituti convenzionati INPS. Con Findoemstic si può ottenere un prestito con cessione del quinto di 12.000 euro da restituire in 120 rate mensili da 136 euro, con TAN 6,46% e TAEG 6,65%. Con Unicredit invece i pensionati possono ottenere un prestito di 9.842,11 euro da restituire in 120 rate mensili da 120 euro, con TAN 6,70% e TAEG 8,43%. Con Fiditalia un pensionato di 65 anni di età può ottenere 13.000 euro da restituire in 84 mesi con rate mensili da 199 euro, con TAN 6,58% e TAEG 7,70%. Ovviamente questi sono solo alcuni esempi: prima di scegliere l’istituto a cui rivolgersi sarà necessario fare un po’ di ricerche e magari fare un confronto tra i vari preventivi.